LO VACO – IL VUOTO AlessioZemoz & ValentinaManella

Alessio Zemoz, anthropology, landscape, Valentina Manella

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artista: Alessio Zemoz | produzione: progettoSKIA | a cura di: Alessio Zemoz

antropologa: Valentina Manella

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Vincitore del Premio Fotografia Italiana Under 40, 2016

Il progetto è stato selezionato dalla giuria internazionale come vincitore del Premio Fotografia Italiana Under 40 per l’edizione 2016 con questa motivazione: “è un lavoro di ricerca – allo stesso tempo poetico e politico – sul paesaggio alpino, luogo dove l’artista vive e a lui molto caro, ma denota anche un interessante approccio al tema della migrazione come movimento non solo di arrivi dall’esterno, ma anche come un fenomeno bidirezionale che interessa la nostra società”.

“Come artista e fotografo mi chiedo: come si può fotografare il vuoto?”

ad Hussein, imprenditore agricolo valdostano.

Il progetto

Nel dialetto francoprovenzale, la lingua madre dei valdostani che coltivavano la terra (e non solo), con il termine lo vàco (dal latino vacuus) si identificano tutti quei territori, e non più soltanto terreni, di natura incolta poiché abbandonata per un periodo di tempo non determinato e su cui non esiste nessun progetto o intenzione specifica. È questa la maniera con la quale i nostri vecchi, inquieti, si rivolgono a noi parlando del paesaggio che abita lo spazio davanti ai loro occhi: “avèiza, l’an tò qiuetò viin vàco” / “guarda, hanno lasciato che tutto diventasse vàco”. Tutto è vàco, dunque: tutto è vuoto. Il mondo, l’esterno, il paesaggio, quest’entità altra che ci sta davanti, sempre, è dunque percepita sostanzialmente con la tinta dell’abbandono, dell’incuria, del progresso vitale e mortifero allo stesso tempo.

Nei territori alpini della Valle d’Aosta, lo vàco è una presenza costante. Lo vàco, in questo senso, rappresenta attualmente un vuoto culturale. È il vuoto paesaggistico lasciato da una cultura millenaria, rapidamente cancellata dalla globalizzazione, dalla meccanizzazione, dall’urbanizzazione, in definitiva dal progresso. Lo vàco può in un certo modo rappresentare anche un vuoto gestionale. Rimane in esso la traccia di una cultura, di un mondo che effettivamente non esisterà più, anzi, che tra i giovani cittadini già non esiste più o forse non è mai esistito. Poteva essere solamente e semplicemente un vuoto, dimenticato tra le nozioni di abbandono e riposo. Al contrario, rappresenta ancora un concetto molto denso, colmo di emozioni, di visioni ed opinioni, di parole, di immagini, quanto meno per la popolazione locale: il paesaggio rimane elemento forte, nel quale ad una cultura è permesso di rispecchiarsi.

Le soluzioni artistiche

Nel merito di questo progetto di ricerca, come artista e fotografo mi chiedo: come si può fotografare il vuoto? La risposta è: il vuoto non si può fotografare. Il nulla, il niente, il non presente, l’altrove, la mancanza: impossibile. Il vuoto si può vivere, lo si può percepire forte dentro di sé o velato nelle voci altrui, lo si può concepire come una condizione emozionale, esistenziale, professionale, economica, lo si può invocare come presenza lenitiva o gli si possono imputare dolori e vertigini, ma non si può fotografare. In questo contesto, il processo di percezione e analisi è articolato e doloroso poiché le immagini che il paesaggio ci rimanda non sono mai vuote, semplificate nelle forme e decurtate delle reti di senso. Ancor più impegnativo è il processo di (ri)produzione fotografica delle immagini dal paesaggio, proponendosi di fotografare il vuoto nell’ambito dei territori oggetto di ricerca che sono quelli della media montagna. Non le nobili vette, non le creste taglienti, le coste innevate ed eleganti: la montagna media, quella compresa tra i 700 e i 1800 metri, dal fondovalle agli ultimi villaggi abitati, la montagna fertile, non contemplativa, quella che si attraversa per raggiungere le stazioni sciistiche o i sentieri, quella che mette in comunicazione ma che raramente è essa oggetto di comunicazione.

Come un mantra: il vuoto non si può fotografare. Che cosa fotografare, dunque? Cose che evocano un vuoto, cose piene di vuoto: ecco cosa poter fotografare. In questo progetto il luogo del vuoto è il paesaggio e nel paesaggio come fenomeno della cultura hanno luogo le vicende umane, articolate e complesse, che danno origine a sotto temi quali l’urbanizzazione, lo sviluppo industriale e turistico, il rapporto uomo natura, ecc. Tale processo creativo, dunque, conduce alla creazione di immagini originate da una progettualità complessa che è sintetizzata in due corpi: fotografie di paesaggio e fotografie di famiglia, entrambi strumenti concepiti come punto di arrivo e punto di partenza assieme della narrazione, come oggetto portatore di senso e soggetto che interroga l’autore. Tale processo ha come obiettivo quello di generare un racconto capace di mettere in relazione il privato e il pubblico, il personale e il collettivo, l’individuo e la comunità: puntellare il concetto di identità attraverso l’accostamento di due tipologie di immagini distinte, e distanti, concettuali ed intensamente emozionali assieme, per consolidare una tradizionale relazione inscindibile con il territorio che è patrimonio identitario unico in questi luoghi. Questo processo ha segnato un momento decisivo per chi scrive: un processo di indagine in cui l’autore è allo stesso tempo oggetto e soggetto della ricerca. Coinvolto a pieno titolo nella ricerca ma anche oggetto della stessa, ho trovato la chiave di lettura da un punto di vista privilegiato poiché interno alla dinamica descritta. La logica di questo intervento, dunque, non è quella della rievocazione storica o della memoria in senso nostalgico: la progressiva scomparsa del passato conduce alla scomparsa del suo senso e l’assenza di nostalgia che ne consegue rappresenta un indicatore illuminante. Riflettere sulla fotografia significa riflettere sulla storia, quella immensamente grande della Terra e quella piccola piccola degli uomini. Pertanto rinnovo la costante interrogazione: fino a che punto siamo in grado di comprendere e rappresentare ciò che ci circonda?

Questo volume esprime nel suo complesso un’architettura visuale ispirata nelle estetiche e nelle forme ad alcuni lavori prodotti e sviluppati dal docente universitario e autore Luigi Gariglio. Si cita in particolare un testo, “2.a.m. – A Family Business Society”, e ancor più un evento espositivo recente: un particolare riferimento al progetto intitolato ALP_AGE, esperienza significativa poiché fonte di grande orgoglio e di forte motivazione nell’ambito della ricerca e del racconto dei territori di montagna e dell’identità dei suoi popoli.