Fotografie poco segnanti che non dicono niente e che neanche parlano d’altro, ovvero: è tutto una ruota che gira.
COMBAT TRILOGY > SHAKIRA + TEQUILA + OBAMA
“Claude Bernard aveva ragione, il terreno è tutto, il microbo è nulla” L. Pasteur
SHAKIRA è il nome di una delle centinaia di mucche che ogni anno sono portate al combattimento nel merito di quello che si presenta come un vero e proprio campionato itinerante a eliminatorie: ne rimane soltanto una vincente per categoria: la Regina. Si tratta di un’iniziativa tradizionale della Valle d’Aosta. Il progetto ne offre uno spaccato, interrogandosi sui temi dell’identità di un popolo, sul concetto di tradizione come strumento di sviluppo e innovazione in particolare negli ambiti rurali complessi come quello alpino contemporaneo, sulle conseguenze nell’ambito paesaggistico e architettonico qui declinato nella sua accezione di rapporto con la transitorietà fisica e progettuale assieme che tende a definire il paesaggio anche letteralmente come teatro o scenario delle vicende umane.
Dal sito dell’ente organizzatore: “in apposite “location” vengono allestite vere e proprie arene di transenne, pronte già dal sabato. La domenica mattina, alle nove, iniziano le operazioni di pesatura. […] Sui due fianchi della bovina viene scritto il numero di partecipazione con dello spray bianco per semplificare la gestione delle battaglie. […] A quel punto entra in scena lo speaker che chiama le coppie di bovine, commenta, avverte gli allevatori di eventuali pericoli in campo per loro o per le bovine. Il resto… lo fanno le Regine!”
SHAKIRA è un progetto concluso nel 2019 e, insieme con i lavori TEQUILA 177 (nome di una delle centinaia di capre che sono portate al combattimento) e OBAMA (nome di uno dei centinaia di manzi che sono portati al combattimento), è l’ultimo di tre lavori che compongono la più ampia COMBAT TRILOGY. Dal punto di vista artistico, SHAKIRA sembra anticipare ciò che da lì a poco sarebbe successo nel mondo: in primis l’esplosione delle pratiche dell’immagine computazionale artificiale (che non è neanche più fotografia) e poi la tendenza autoritaria con la quale si è tentato di chiudere il recinto attorno allo scontro tra razze, potremmo dire, che nel caso di SHAKIRA è la così definita razza di mucca valdostana. Questo progetto consiste in una serie di vedute, tracce di un mondo che non fu e per questo, in futuro, sempre potrà essere, e ci invita a scoprire che in una realtà diversa da questa si vive sottoposti a regole che forse non piacciono e che probabilmente il mondo sta male. Bisogna che l’osservatore guardi bene perché non c’è niente di vero. E neppure niente di falso. Queste fotografie non esistono, sono iperrealiste nel senso tecnico del termine, sono fotomontaggi che condensano lo spazio ed il tempo: una sola inquadratura per tutta la durata dell’evento, un solo punto di vista che li contiene tutti, dal generale al particolare, da quello morale a quello culturale, da quello estetico a quello etnografico. Tutto è uno.
SHAKIRA è un progetto di ricerca artistica che mira a rinnovare la capacità dello sguardo dell’uomo contemporaneo di rivendicare nuove formule per la comprensione del mondo e delle sue stratificazioni di senso, più o meno manifeste. Contemporaneamente esso interroga la disciplina della fotografia di documentazione come strumento di verità ponendo quesiti importanti su alcune questioni fondamentali relative al linguaggio fotografico e più in generale relative all’utilizzo manipolatorio e propagandistico di temi quali identità, popolo, paesaggio, tradizione.
SHAKIRA è anche un invito ad interrogarsi su che cosa significhi tutelare e valorizzare l’architettura e il paesaggio rurale. La dimensione di progettualità itinerante di questo lavoro costringe l’osservatore a riflettere sulla natura nomade e temporanea degli eventi narrati e di conseguenza delle architetture effimere che essi producono sul territorio: tracce materiali ma anche immateriali con tutte le conseguenze del caso. In questo ambito, le questioni sono specifiche: siamo di fronte a luoghi, eventi, uomini e donne, che ancora sfuggono all’autoritarismo del progetto scientifico, architettonico, morale o paesaggistico. Sfuggono al controllo, come le immagini e i suoi significati.
SHAKIRA è artificiale o reale? In esso tutto è contemporaneamente vero e falso assieme, fuso in un unico tentativo di superare questa dualità e arrivare alla riflessione successiva. Non si tratta più di una registrazione passiva della realtà ma un forma di reazione attiva, una resistenza al dogma di senso precostituito, una presa di posizione moltiplicata su se stessa infinite volte, provocatrice e dissacrante ma quanto mai sincera e diretta.
SHAKIRA è l’assunzione di una responsabilità etica ed estetica. Una sola, per prendersi cura dei luoghi dello stare, dell’esserci e del trasformare, come forma primordiale di architettura, nomade nel pensiero e radicale.
Haiku per precisare il concetto:
Guarda la fotografia, la fotografia, la fotografia!
Disse il fotografo:
è tutto una ruota che gira.
nota a margine
SHAKIRA (nome di una delle centinaia di mucche che sono portate al combattimento), insieme con i lavori TEQUILA (nome di una delle centinaia di capre che sono portate al combattimento) e OBAMA (nome di una delle centinaia di manzi che sono portati al combattimento), è l’ultimo di tre lavori che compongono la più ampia COMBAT TRILOGY: un progetto di ricerca artistica che esplora il tema della battaglia tra animali come evento identitario, tradizionale e costitutivo del patrimonio culturale materiale e immateriale dell’uomo contemporaneo che abita i territori della Valle d’Aosta.



















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