Viviamo una volta sola, si dice, e mentre viviamo nasciamo e moriamo chissà quante volte: potesse l’Uomo morire e rinascere ancora una volta, per l’ultima volta. Questione di energie, di trasformazione, di forma e di contenuto in perpetuo movimento, prolifico di nuovi nessi e suggestioni. Questione di spaesamento geografico e temporale, di corto circuito narrativo. Questione di vita o di morte: niente è come sembra. Come in un gioco di rimandi incompiuti, chi guarda è condotto in un itinerario senza mappatura precisa, né spaziale né temporale, ed è libero di governare, o meno, le proprie suggestioni con nuova consapevolezza: in una dimensione del reale in cui tutto acca- de per la prima volta, la fotografia è spesso esperienza palliativa, un rimedio apparente e temporaneo. In effetti, per comprendere l’opera è necessario sospendere le proprie forme di pre-giudizio ed abbandonarsi a quel lieve senso di indeterminatezza: tra coloro che sono rappresentati chi lavora in quale reparto? dove ci troviamo esattamente? O piuttosto: quando ci troviamo esattamente?
André Bazin, già nel 1945, intuiva che alla base delle arti figurative vi sarebbe l’idea di difendersi contro il tempo, che corrompe le cose e i corpi, e in parallelo il sogno di vincere la morte: “fissare artificialmente le apparenze carnali dell’essere vuol dire strapparlo dal flusso della durata: ricondurlo alla vita”. Ne deriva un’ossessione riproduttiva che viene prima di ogni esigenza estetica: prima dell’esprimersi di un artista viene “il desiderio tutto psicologico di rimpiazzare il mondo esterno con il suo doppio […], l’istinto di salvare l’essere mediante le apparenze”. Roland Barthes, circa quarant’anni dopo aggiunge: “Nella fotografia, dunque, realtà e passato convivono. In tal senso la fotografia – realissima e in sé mortale – fa vivere ciò che è stato e non è più, immortalandolo. Ha in sé, dunque, una condizione strabica, folle, che è la condizione naturale, allucinatoria, iconica della fotografia: ciò che è stato non è qui; è qui ciò che non è più”.
AOSTABELLOSGUARDO è, infatti, un progetto di ricerca artistica che interroga, per superarlo, il duali- smo vita/morte nel merito della struttura ospedaliera pubblica Beauregard di Aosta la quale ospita, a distanza di un piano dall’altro, due reparti speciali, ovvero l’Hospice, Struttura Residenziale di Cure Palliative, e Ostetricia e Ginecologia, Struttura Complessa di Ostetricia e Ginecologia: a distanza di pochi metri si apre e si chiude un ciclo, qualunque cosa ciò possa voler dire. Perché l‘esperien- za della vita è di per sé disorientante e genera forme di senso inaspettate: è pur sempre l’uomo che, prima o poi de-finisce. E in questo senso AOSTABELLOSGUARDO ci aiuta a ri-de-finire il perimetro del nostro pensiero rispetto ai temi quali cure palliative, terapia del dolore, fino a quelli sempre at- tuali di fine vita e autodeterminazione terapeutica, ma anche quelli di gravidanza, aborto, nascita, procreazione assistita, per arrivare ai temi legati ai linguaggi o alla memoria. La ricerca dedicata al reparto di Ostetricia e Ginecologia prende il nome di HYSTEROS, in greco utero, ed insieme al pro- getto PALLIUM, dal latino mantello, va a comporre l’opera nel suo complesso. Le due suggestioni, ovvero utero e mantello, si confondono fino addirittura ad invertire la percezione generata: la cura del pa- ziente non sempre corrisponde alla sua guarigione così come gioia e dolore non sempre hanno una dina- mica lineare. Ecco che di conseguenza sono state scelte tre tipologie di immagini: autoritratti degli operatori, fotografie di ambiente e territorio e immagini dall’archivio di famiglia dell’autore risa- lenti agli anni ottanta ovvero al periodo in cui fu inaugurato l’ospedale, operativo a cavallo tra il 1984 e il 1985. L’approccio progettuale ha volutamente lavorato verso la costruzione di un’opera che analizzasse due reparti specifici dell’Ospedale Beauregard, li ponesse in stretta relazione tra loro e che li ponesse in stretta relazione con l’autore: l’istituzione siamo noi, tutti noi. La forza del- la progettualità proposta risiede proprio nel confronto diretto tra i due contesti proprio grazie alle soluzioni estetiche e, in senso anche politico, si pone l’obiettivo di mettere in luce la dimensione di due reparti specifici di una struttura di servizio sanitario pubblico in costante evoluzione e pur sempre da valorizzare e proteggere in logica di responsabilizzazione collettiva: guardare è cambiare.
Un libro di immagini in favore di tutti i lavoratori delle aziende sanitarie ed ospedaliere.
A photobook in honour of all the sanitary and health care workers.
fotografie e testi di // photographs and texts by Alessio Zemoz con il supporto di // with the support of Alexine Dayné concept e design del libro // book concept and design by Alessio Zemoz una produzione // book produced by progettoSKIA framedivision
grazie a // thanks to Denise Vacca, Loredana Tessarin, Manuela De Gattis, Janina Makowieka, Marina Ferrandoz, Tiziana Persico, Alessandra Fraioli, Manuela De Monte, Nadia Marguerettaz, Suor Loretta, Lina Baroni, Flavia Forcella, Giorgio Galli, Antonio Fosson, Laurent Viérin, Luigi Ber- tchy, Mauro Baccega, Emily Rini, Fulvio Zemoz, Cristina D’Agostino, Fabio Dibello.
un ringraziamento particolare a // a special thank to Marco Musi, Livio Leo, Alexine Dayné, Cristina Gignali, Paolo Perrin.












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