TEQUILA 177 AlessioZemoz

Alessio Zemoz, anthropology, landscape, portrait

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artista: Alessio Zemoz | produzione: progettoSKIA | a cura di: Alessio Zemoz

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TEQUILA 177 sono nome e numero di una delle centinaia di capre che ogni anno vengono portate al combattimento in una serie di eventi itineranti primaverili, estivi ed autunnali che si svolgono in Valle d’Aosta e che prendono il nome di “Batailles des chèvres”: battaglie delle capre. La tradizione dell’allevamento caprino è antica e in passato contava una media di capi pro capite piuttosto alta. La razza più diffusa è quella definita Valdostana: rustica, dalle dimensioni importanti, corna possenti e corporatura tarchiata. I capi di razza sono particolarmente adatti alla vita di montagna e non secondariamente ai combattimenti che storicamente rappresentano un evento istituzionale già a partire dai primi anni ottanta del novecento. Nel 2016 il “Concorso Regionale” conta 14 appuntamenti su tutto il territorio più la “Finale Regionale” in Aosta.

I capi che combattono sono in media un centinaio per evento, i partecipanti in media 28 (nel 2015).

I capi che combattono sono suddivisi in categorie di peso e di età.

I capi che combattono si aggiudicano la vittoria sconfiggendo il maggior numero di avversarie.

I capi che combattono restano incolumi. Per alcuni sono battaglie incruente.

I capi che combattono sono di sesso femminile.

Per due anni, nel 2015 e nel 2016, l’autore ha frequentato le battaglie con l’obiettivo di generare un racconto per immagini capace di prendere in esame l’argomento specifico e metterlo in relazione con quello dell’identità tradizionale e culturale del territorio sul quale insiste e al quale egli stesso appartiene. In questa prospettiva il progetto TEQUILA 177 è occasione valida per interrogarsi nuovamente sul senso della propria esistenza in rapporto al tema specifico e sulla resistenza e trasformazione delle logiche della tradizione nel contemporaneo. TEQUILA 177, infatti, indaga il contesto a partire dagli uomini e dalle donne, dai giovani adulti e dai ragazzi che si rendono protagonisti degli eventi: un contesto di minoranza se paragonato ad altri gruppi. Ciò che qui rappresenta l’interesse prioritario dell’autore è l’uomo, con le sue narrazioni che porta in superficie (riferimenti culturali, estrazioni sociali, età), sui volti e sui corpi, nella postura e negli abiti, e con le sue pulsioni che nasconde sotto il velo trasparente della propria immagine (la felicità, la naturale consapevolezza, la competizione, l’ambizione, il riscatto, la fama). La narrazione infatti prende avvio dai ritratti di coloro che hanno personalmente condotto i capi all’interno dell’arena: uomini, donne e bambini, in alcuni casi allevatori di professione ma in molti altri semplici appassionati proprietari di capi unicamente destinati alla battaglia e non alla produzione casearia. Il racconto sviluppa poi un’estetica interessata all’emersione delle relazioni occulte, o meglio ancora delle risonanze, tra gli uomini (autore, spettatori e protagonisti), gli oggetti (cose e corpi) , i paesaggi (come e dove viene temporaneamente occupato il territorio) e le immagini al fine di suggerire la dimensione emotiva, irrazionale o addirittura inconscia che appartiene ad essi tanto quanto all’autore. In coerenza con i progetti precedenti, si è quindi sperimentato un linguaggio semplice ma non semplificato, attento alle questioni di campo e fuori campo, sensibile allo “stupor” del bambino interiore per le piccole cose del mondo che, se messe in relazione con quelle grandi degli eventi e degli uomini, generano nuove forme di senso, capace di utilizzare materiale diverso, a volte preesistente e rigenerarlo, e di accogliere l’intervento, non solo estetico, dell’autore che apre al tema della memoria, del senso dell’utilizzo dell’immagine stessa e della tradizione come veicolo di identità culturale di un territorio. Lo sforzo espresso è infatti quello di mutare il punto di vista internamente al progetto: guardare davanti ma anche dietro, da sopra e da fuori, sempre comunque mosso dalla grande ammirazione e dal grande rispetto verso gli individui e verso la cultura alla quale chi fotografa appartiene, con lo scopo di smontare e rimontare i segni in una nuova forma di testo. Tutto è uno, e viceversa, e la stratificazione dei livelli di lettura è tale per cui il fruitore è libero di generare sempre nuovi nessi e di costruire il proprio personale orientamento: chi sono loro e chi sono gli altri? Chi sono io? A chi e a cosa serve questo spettacolo? Chi è il pubblico? Quale civiltà suggerisce in prospettiva? Esiste una dimensione ferina in tutto questo? Se sì, quale parte di me è in risonanza con tale dimensione?

Dal punto di vista delle soluzioni di linguaggio, TEQUILA 177 si interroga sul significato della pratica fotografica e sulle sue capacità di fare i conti con la comprensione del contesto. questo progetto ha a che fare con l’emersione dell’identità culturale di un insieme di individui attraverso il racconto di una serie di eventi che ruotano attorno ad attività specifiche: la battaglia delle capre. L’aspetto più evidente in questo progetto è che non sono presenti immagini di combattimento. L’accento è stato messo sull’esplorazione visiva piuttosto che sul racconto vero e proprio: ciò che troviamo lì prima, durante e dopo i combattimenti sono frammenti visivi o poco più. Esiste una qualche forma di istinto animale, al di là delle battaglie in sé, e in parte l’autore ne è in sincronia. Non mostrare i combattimenti non significa evitare il confronto quanto piuttosto meglio focalizzare la ricerca e in parte in questo senso sospendere il giudizio. Resta il fatto che le battaglie sono eventi organizzati dagli uomini per gli uomini stessi ed è in questa direzione che si muove l’attenzione. In questo senso i ritratti sono realizzati prima dei combattimenti e rappresentano individui che hanno portato almeno una capra nel ring. Allo stesso modo i paesaggi sono stati fotografati prima delle battaglie, durante le quali sono stati realizzati i dettagli e i ritratti di spalle del pubblico: questi ultimi sono stati stampati, incorniciati e infine fotografati nuovamente secondo una scelta estetica personale dell’autore. Questi eventi sono organizzati dall’Associazione Comité Régional Bataille des Chèvres che riceve un sempre più ridotto contributo pubblico dall’Assessorato all’Agricoltura della RAVA finalizzato a organizzare il campionato: una delle ambizioni dichiarate è quella di fare crescere gli eventi anche in una logica turistica. La domanda dunque è: chi guarda e chi è guardato? Dove si trova l’autore in questa dicotomia? Chi sono i turisti e gli allevatori? Per concludere il progetto si compone di immagini preesistenti: la ricerca termina dopo i combattimenti, in altri luoghi, con le fotografie dei vincitori autoprodotte dagli allevatori e in questo caso scaricate da internet, riquadrate, ritagliate e associate a nuove immagini. Tutti gli elementi sono montati in un corpo di opere dalla struttura circolare: per l’autore la fotografia non può essere concepita al di fuori di un’esperienza dinamica, dal soggetto all’autore e viceversa, dall’interno del fotogramma all’esterno, dal personale al pubblico, avanti e indietro in moto circolare perpetuo.