Progetto realizzato nell’ambito di STUDI SUL QUI – Stagione 1 – Deep mapping e narrazioni dei territori
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Deep mapping e narrazioni dei territori: residenza breve, settembre 2019, Jovençan (AO), Italia.
Morale della favola: qui, dentro la fotografia, i segreti vanno creduti. Questo è ciò che mi è parso di vedere. Fino ad arrivare verso, o forse a partire da, una sola fotografia. Una sola fotografia che, dal mio punto di vista, custodisce il senso di questo progetto di ricerca. Una storia che ha dell’in-credibile: quasi impossibile da credere ma di una coerenza interna ai limiti dell’inspiegabile. Incredibile, inspiegabile, difficile da vedere: evidentemente, in risonanza con una delle suggestioni proposte in premessa alla ricerca sul campo, anche io non avevo capito niente del cosiddetto qui, del posto che, in fin dei conti, chiamo casa. Ecco che l’esperienza degli Studi sul qui si è rivelata, per chi scrive, un percorso di crescita e di ricerca personale oltre che di sperimentazione ed evoluzione artistica. Una ricerca che si è potuta esprimere nel merito della sperimentazione artistica nell’ambito della fotografia contemporanea a partire da un punto di osservazione apparentemente privilegiato che è quello interno al campo, o se vogliamo direttamente tangente, non senza velleità auto-etnografiche mai esplicitate in termini di metodo e di esito ma quanto meno orientate in tale direzione. Uno sguardo, il mio, che ha cominciato il lavoro di ricerca attraverso lo studio, la comprensione, l’approfondimento e l’analisi del contesto territoriale, sociale e antropologico attraverso lo strumento della fotografia e ha finito per identificare il senso della progettualità in un’insieme di verità, e dunque anche di segreti, custodita in remoti angoli della memoria familiare. La pratica della fotografia, in questo senso, si è rivelata essere una disciplina incerta e, come per sua natura, profondamente legata alla superficialità di quella che noi chiamiamo realtà, che poi, con evidenza, di fatti lo è. Le scelte artistiche e progettuali fanno riferimento alla fotografia di paesaggio come dimensione narrativa e non più meramente documentale. La fotografia qui come portatrice di segno del reale ma capace di mettere in discussione il senso del vero, del giudizio e del pregiudizio attraverso un esplicito invito allo spettatore a fare esercizio di articolazione dello sguardo: non tanto vedere aspetti nuovi della realtà ma realizzare nuove forme di visione del reale. Guardare in maniera differente. Non guardare alle fotografie con la necessità di vedere immagini ma abbandonarsi all’immaginario che nasce dalle cose e dei luoghi della quotidianità. Nelle immagini prodotte, la combinazione a polittico amplifica le potenzialità della visione ma la tecnica utilizzata del decentramento e del basculaggio assieme vanifica la presunzione di fedeltà del linguaggio del fotografico, sua peculiarità fondamentale, con la precisa e ostinata intenzione di mettere fuori fuoco e isolare elementi, un po’ come quando si osserva un luogo sconosciuto che poi, in questo caso, sconosciuto proprio non è. Si innestano tuttavia alcune possibili tracce: il fuoco come linea di confine, il quadro come espansione della visione. Per paradosso: non riesco a vedere, o mettere a fuoco, e dunque riesco a com-prendere, o viceversa (interessante l’analogia con il francese “prendre une photo”: le fotografie non si prendono e neanche si fanno, si generano)? La fotografia, pertanto, diventa memoria e la memoria dissolve il racconto. Che cos’è questo posto qui? È il posto che un tempo avrei potuto chiamare casa. Qui di seguito il resoconto di ciò che resta nella memoria di un luogo che per scherzo o per destino non sono qui a chiamare casa. È solo una storia, una specie di segreto di famiglia che poi tanto segreto non è. Ma veri o no, i segreti vanno creduti. Questo è ciò che mi disse mia nonna a proposito di Jovencan. Dopodiché del qui di cui stavamo parlando, non ho più capito nulla.
Era il 1944, avevo due anni, due anni e mezzo. Ero nata a Pollein, nella casa dei nonni, il tre di novembre ma sui documenti ho sempre trovato scritto sette perché mi hanno registrata qualche giorno dopo. In quel periodo papà Giulio non aveva tanta voglia di stare in casa con i vecchi, perciò decise di trasferirsi. Il nonno, per aiutare la famiglia, ci diede due mucche e ci trovò sistemazione presso i Podio, alla cascina della Fournaise, che erano parenti della nonna: Orsola Viérin. Restammo in affitto alla cascina per qualche tempo ma non a lungo. Lì alla Fournaise avevamo le due mucche, un paio di prati e le vigne dove ora c’è Quendoz. Solo che lì al pozzo non c’era l’acqua e per dare da bere alle mucche dovevamo fare mezz’ora a piedi fino alla prima fontana. Papà Giulio trovò presto lavoro alla Cogne e la mamma Flavia aiutava vicini e parenti con i lavori di campagna. Quando io non ero nei campi con la mamma rimanevo con la signora Lanaro, la Cesira. C’erano Gino Lanaro che faceva il calzolaio e il figlio Guerrino. Erano i nostri vicini. Con Guerrino si faceva a botte, era impestato ma anch’io davo giù secco. Mi ricordo che per entrare in casa c’erano i gradini che salivano, poi giravi e c’era la cucina. L’entrata era lì dove c’è il pozzo. In quel periodo alla Fournaise lavoravano ancora. Facevano la calce. C’erano gli operai e mamma non voleva che io andassi su. Mi ricordo di questo buco e di mamma che diceva “cadi poi dentro”. Potessi tornare a vedere… a vedereti torna in mente. I Podio non stavano lì. Il nonno di questi qua aveva la segheria dalle parti della Torre dei Balivi. Lì c’erano le prigioni di Aosta. Una volta io e la mamma siamo passate di là e c’era un prigioniero alla finestra e sentivo la mamma che mi diceva “aveitza pa!”. Questo Podio aveva una sorella, certa Ninì, e un fratello: Pietro detto “cicci”. Di fronte al pozzo c’era il fienile. Ah poi c’era un corvo che rubava gli oggetti. Veniva sempre in qua verso casa. Grosso, nero. Una volta Giulio aveva l’orologio posato in casa che non ha più trovato. Poi s’è reso conto di dove teneva il nido e si è scoperto che, oltre all’orologio di papà, si era portato via anche altra roba dei Lanaro. Si viveva tranquilli, un po’ isolati: il villaggio era lontano. Io ho fatto qualche mese di asilo dalle suore, su dritto, sopra la strada. Poi mi ricordo che a volte portavamo il latte alla latteria. Papà non è che avesse tanta voglia di lavorare la campagna e allora quando c’era un po’ più da fare andava a chiamare i nostri da Pollein. Quando c’era bisogno per fare i fieni Giulio andava in là a Pollein a prendere Gigi, il cavallo da trotto che faceva il cavallo da tiro. Ecco: il cavallo è questo nella fotografia. E sopra c’è lo zio. Zio Gino sopra il cavallo Gigi. Il nonno Emanuele, che era un artista nel comprare le cose, prese questo cavallo da trotto che noi usavamo in campagna. Essendo un cavallo da corsa di tanto in tanto scappava e lo vedevano tutti andare in giro. Poi tornava. Era un buon cavallo. Col muso apriva la stalla e scappava. Ho un bel ricordo. Sempre a Pollein, una volta zio Gino, l’avventuriero, lo fece salire le scale, salire su in cucina per farlo uscire da dietro. Gli faceva fare di tutto. Con la scusa del cavallo andava giù trovare Esterina che per farlo stare buono gli buttava giù del pane. Il nonno cercava il cavallo e lo trovava sempre lì. Erano anni bellissimi. Qui, nella fotografia, c’è zio Gino che avrà avuto venticinque o trent’anni: era alla Festa di Sant’Antonio per la benedizione degli animali. E io mi ricordo questa cosa: Gigi, il carretto e Giulio a fare i fieni. L’anno scorso ero di servizio al Priorato di Saint-Pierre, durante la giornata delle vedove. C’era un gruppo di signore e una mi fa “sei di Pollein” e poi “io mi ricordo di quando abitavate alla Fornace”. “Sì ero piccola”, dico io. E lei “sì sì mi ricordo di te…”. Chissà chi era. Io avevo da servire e non son stata lì a chiacchierare. Se c’era la mamma di sicuro la riconosceva. Quando sono tornata a casa ho cercato di ricordare ma è passato troppo tempo. Ho provato a cercare nel quaderno dei nomi della mamma: niente da fare. La mamma teneva un quaderno con tutti i nomi e l’anno di nascita. Tua bisnonna faceva i vermi e qui segnava tutti quelli a cui hafatto i vermi. C’era anche A. C. detto Andreotti, del ’65. La gente veniva a casa o telefonava. La mamma prendeva un bicchiere, riempiva a metà di acqua, incrociava il filo sopra. Borbottava qualche cosa e poi bagnava il filo. Lo strizzava e poi lo bruciava. Un filo bianco di cotone. E andava bene per tutti i tipi di vermi. I vermi della terra, la tenia. Zio Gino li faceva per bocca. Questo sistema ha sempre funzionato. I vermi li abbiamo sempre avuti tutti. Adesso danno da bere la coca cola e vanno via da soli. Ha continuato fino al ’95 più o meno. Gliel’ha lasciato la Geppina, a Saint-Christophe. Li ha fatti a tutti, anche a te. Con me non funzionava. Certe cose non andavano bene. Era successo anche altre volte, persino con la Pallais. Metteva le mani sulla pancia e diceva adesso sentirai caldo. E io invece sentivo freddo. Lei scuoteva le mani come a scacciare qualcosa e mi diceva: io per te non posso fare niente, non accetti. Non saprei, forse essendo mia mamma settimina aveva lasciato qualcosa. Vai a sapere. Comunque a me non importava niente, non ne volevo sapere e mamma non ha voluto lasciare a nessuno. Ha semplicemente smesso di fare i vermi, da quando si è ammalata in poi. “Fà pi creie”, diceva: “bisogna credere”. I segreti vanno creduti…







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