Settantadue fotografie d’amore in piena luce by Alessio Zemoz

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Progetto realizzato nell’ambito di STUDI SUL QUI – Stagione 2 – Residenza nel paese interno

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Residenza nel paese interno: residenza breve, luglio 2022, Oppido Lucano (PZ), Italia.

(tu) … “ch’accendi l’occhio profondo di questa sera”

“Luna”, Mimmo Cervellino, 1993

Se non dovessi tornare,

sappiate che non sono mai

partito.

Il mio viaggiare

è stato tutto un restare

qua, dove non fui mai.

“Biglietto lasciato prima di non andar via” Giorgio Caproni, Il franco cacciatore, 1982

Ogni fotografia è un récord, un risultato che supera tutti i precedenti, che denota superiorità assoluta in termini di aderenza alla contemporaneità, alla realtà, alla verosimiglianza e alla risoluzione. Inoltre, ogni fotografia è anche un fotogramma perciò anche ogni fotogramma è un récord. Se è così, allora, ogni fotogramma è anche un recòrd, all’inglese, ovvero la registrazione di un frammento di informazione. La fotografia, dunque, si presenta all’interno di questo progetto di ricerca come disciplina del re-còrd, una disciplina del ri-cordare ovvero del richiamare nel presente del proprio cuore (dove gli antichi facevano risiedere la memoria) e del proprio sentimento qualcosa che non è più qui o non è più adesso: non più esperienza di nostalgia ma pratica della cura del presente. Ricordare che cosa? Il sentimento del ritorno in luogo da cui non si è mai partiti e dove non si è mai stati. È la dura legge del qui e allora, frutto di correlazioni contro intuitive tra i due sistemi fisici costituiti dall’osservatore e dal campo di osservazione, intimamente legati l’uno all’altro su di un piano sottile secondo un principio di sovrapposizione. In questo caso il piano sottile è la pellicola diapositiva a colori, montata su di una rara Olympus Pen-Ft a mezzo formato 35mm commercializzata alla fine degli anni sessanta, l’osservatore è l’occhio del fotografo (come tradizione vuole, un occhio rigorosamente allineato con cuore e mente) e il campo di osservazione è la realtà di Oppido Lucano. Questi fenomeni risuonano da mondi e tempi differenti: per creare immagini è necessario esporsi (alla stessa luce) e quindi mettere in atto un cambiamento (uno sviluppo) attraverso le sensibilità (l’emulsione della pellicola) a cui siano sovrapposti oggetti opachi o trasparenti, pensieri, emozioni, parole, suoni, luci o colori.

Ecco descritta qui sopra la cronaca minuziosa del mai accaduto: questo progetto di ricerca nel e del fotografico, un apparente nonsense visivo, un’istanza di rivendicazione poetica, sincera e determinata, dove protagonista riesce ad essere incredibilmente la realtà, un luogo che appartiene a più di un tempo e a più di un luogo, un sogno cullato per anni e mai realizzato, a un presunto ricordo rimasto impigliato tra le maglie miracolose dei fotogrammi che si fanno poesia. Questi fotogrammi hanno più di un solo tempo, hanno più di una sola dimensione spaziale e hanno più di una logica. Tuttavia l’opera è composta da fotogrammi organizzati con rigore, orientati con criterio all’interno della pellicola, disposta in verticale come quella del cinematografo, con lo scopo di trovare nuovi spazi di senso e nuove libertà espressive. Essi sono pensati come parole, verbi, frasi, versi (mai più lunghi di settantadue ovvero un intero rullino 35mm nel mezzo formato) di quello che si presenta come un unico componimento di matrice poetica: settantadue fotografie d’amore in piena di luce. Una sola occasione, una sola versione, una sola sequenza possibile: quella che è, come la vita. E, come la vita, anche questa fotografia è aperta all’errore: inevitabile, evidente, tangibile, necessario. Il linguaggio è caratterizzato da silenzi, spazi neri e bianchi, improvvise cesure, e fa emergere le proprie mancanze e i propri fallimenti pur inondando di luce e colore come solo la pellicola positiva diretta sa fare. Le realtà ri-cordate in queste immagini poetiche non esistono già più e si traducono in una creazione irrazionale di luoghi che a loro volta rimandano all’impossibilità di vedere e percepire oltre i sensi. Ecco che si giunge davanti a un confine che cancella ogni distinzione tra ciò che si ha alle spalle e ciò che si prospetta: un’indagine che va oltre il mondo fisico. Il linguaggio vira verso il grado zero della scrittura per immagini qui arcaiche, dirette, amatoriali nel senso di “prodotte da un amatore”, da qualcuno che ama, come lasciate lì dai pastori: seguire le tracce sottili di fotogrammi produce sradicamento e disorientamento di un tempo e di uno spazio personali e produce una proiezione di allineamento con il luogo, qui fotografato come se l’occhio appartenesse da sempre a queste geografie inedite, libero di esprimersi attraverso dilettantismi tecnici e di linguaggio, come se si fotografasse per la prima volta (a ben guardare ogni volta è così), fotosimbolismi, ermetismi, dialettismi, sequenze inedite di immagini comuni, attriti, retoriche, alto e basso, luci o colori eventualmente aulici su oggetti del quotidiano. L’opera è disseminata di elenchi di luoghi, cose, case, paesaggi, terre, terreni, terrazzi, finestre, auto, alberi. La funzione è ipnotica, emotiva, irrazionale, e conduce alla perdita del centro e dei valori ma anche al senso della natura ciclica della realtà e della vita. Lo scopo è quello di sciogliersi in una gioia panica. L’amore come riposta necessaria al vivere: un inganno ma pure una ricerca di calore, di luce. L’obiettivo, invece, è quello di superare il fascino del frammento, anche e soprattutto tecnologico e intelligentemente virtuale, in un’opera ostinatamente e stupidamente analogica ma allo stesso tempo profondamente dentro alle questioni del fotografico e della sua sempre più impalpabile (ma radicale) specificità. Pertanto, l’opera si supera in termini di libertà espressiva e trascende l’ordinaria concezione dell’oggetto fotografico approdando presso i lidi misteriosi della dimensione poetica, qui evidentemente ispirata al grande patrimonio immateriale legato alle arti e alla letteratura che questo luogo ha saputo esprimere nel corso degli anni, con fede assoluta nella capacità del mezzo fotografico, nella sua interpretazione più radicale possibile (la diapositiva), di essere capace di auscultare le pulsazioni del corpo del reale e di dare sostanza ai fantasmi di un’idea, di un’ispirazione, di un possibile ritorno in un luogo mai abbandonato dove vita e poesia coincidono dentro fotogrammi che sono preghiere sfumate tra materialismo e anima e che restano lì, di ritorno in quei luoghi dove non furono mai.