Finzioni condivise come atti di fondazione by Alessio Zemoz

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Progetto realizzato nell’ambito di STUDI SUL QUI – Stagione 3 – Nel paese del Delta

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Nel paese del Delta: residenza breve, settembre 2024, Porto Tolle (RO), Italia.

“È inutile cercare sulla carta geografica le località nominate in questo libro (o tentare gratuite identificazioni dei personaggi). L’esattezza geografica non è che una illusione. Il Delta Padano, per esempio, non esiste. lo stesso dicasi, a maggior ragione, per Scano Boa. Io lo so, ci sono vissuto”.

Da “avvertenza” in “scano boa” di Antonio Cibotto.

Non sono stato io. Ciò che vedete, leggete o immaginate non è “opera” mia. Non ho fatto (quasi) niente, io. Non c’è niente di vero, di originale, ma neanche, però, di falso. Le suggestioni “fotografiche” presentate qui di seguito sono state realizzate nel territorio del Delta del Po, in particolare nel comune di Porto Tolle, letteralmente addossate al suo poderoso argine, si pongono come operazione stratificata di riattivazione, dislocazione e reinvenzione. In sintesi, ho  recuperato fotografie vernacolari (con cui si intende comunemente ciò che resta fuori dalla storia della fotografia: le fotografie ordinarie, della gente comune, le fotografie che riguardano la famiglia, la casa e i luoghi del cuore) dall’archivio pubblico della Biblioteca Comunale – memorie private che il tempo ha reso collettive – e isolato da esse soggetti umani: volti, corpi, presenze. Questi frammenti sono stati poi scelti per migrare dal loro contesto originale ed essere successivamente ricollocati, attraverso un processo di montaggio digitale, in paesaggi contemporanei fotografati da me stesso durante il periodo di residenza. Il risultato di questo processo di indagine e di personale interpretazione di mappatura profonda è una nuova immagine, che non documenta né il passato né il presente, ma crea uno spazio liminale, un altrove visivo che parla di appartenenza, finzione e costruzione culturale.

In questa operazione avverto con forza l’eco del pensiero di Joan Fontcuberta, in particolare il concetto di “prescrittore”: una figura che non si limita a catturare o rappresentare la realtà, ma la genera, la condiziona, la scrive. Una figura che fabbrica mondi, narrazioni, illusioni. In questo processo di costruzione simbolica, il fotografo (che è quello che sono io, un fotografo prescrittore, che fa prescrizioni di immagini, su ricetta) assume una responsabilità nuova, simile a quella del narratore o del regista: quella di elaborare, attraverso l’immagine, un linguaggio che incide sulle percezioni collettive del reale. Il fotografo, non è più il testimone, ma l’architetto dell’immaginario, un demiurgo che plasma la fotografia come uno spazio linguistico e ideologico. In questa prospettiva, le immagini non sono tanto “vere” quanto verosimili, e il loro valore risiede non nella corrispondenza a un referente reale, ma nella capacità di attivare interrogativi critici, ambiguità semantiche, fratture temporali.

Nelle immagini che ho prodotto, la fusione tra temporalità disgiunte genera un cortocircuito visivo che non mira alla verosimiglianza, ma alla rivelazione: un’apertura verso una verità più complessa, stratificata, poetica. L’effetto è straniante. Ma non sono le figure che appaiono come fantasmi dell’immaginario collettivo, superstiti di un passato che non ritorna ma che persiste sotto forma di suggestione visiva, quanto piuttosto i paesaggi che ci riportano in un altro quando mai esistito eppure tanto probabile da essere qui e da essere ora.  Come nel pensiero di Fontcuberta, queste immagini non “rappresentano”, ma “reinventano”, prescrivono nuovamente, facendo emergere una dimensione immaginaria che si sovrappone alla documentazione.

D’altra parte, il Delta stesso, come territorio, si presta a questa lettura. Porto Tolle esiste grazie a un complesso sistema di argini e bonifiche: una costruzione umana, artificiale, fragile e continuamente ridefinita. L’intervento fotografico lavora parallelamente: così come il paesaggio è un’infrastruttura fisica modellata dall’intervento antropico, così l’immaginario visuale è una costruzione estetica modellata da atti di selezione, spostamento, manipolazione. Il Delta del Po, come scriveva Antonio Cibotto in “Scano Boa”, “non esiste”: è una proiezione mentale, una mappa soggettiva. Le immagini qui raccolte ne danno una testimonianza indiretta, per evocazione più che per documentazione. Allo stesso modo, l’immaginario che lo circonda è il frutto di una lunga opera di narrazione e simbolizzazione, fatta di romanzi, fotografie, film, documentari. L’intervento artistico su questo paesaggio – e su ciò che esso evoca – diventa allora un’ulteriore stratificazione: una “presa di parola” su un territorio già parlato, già significato.

In termini di “gesto artistico”, questo lavoro si colloca in una genealogia visiva e concettuale coerente. L’appropriation art, fin dagli anni Settanta, ha messo in crisi le nozioni di originalità, autorialità e proprietà intellettuale, rivendicando il diritto di prelevare, citare e riposizionare immagini esistenti per generare nuovi significati. In questa stessa linea, ma declinata in chiave post-digitale, il progetto si avvicina anche ai linguaggi della post-internet art e della media art, dove la fotografia non è più oggetto statico ma interfaccia dinamica, superficie ibrida tra archivi digitali, memorie collettive e geografie intime. Nel contesto della new aesthetic, che riflette sulla compenetrazione tra mondo fisico e mondo computazionale, queste immagini si pongono come sintomi di un’estetica “filtrata”, contaminata, dove l’indice fotografico perde stabilità e il tempo si piega, si stratifica, si confonde. L’effetto è quello di una visione che si sospende tra fantasma e realtà, tra documento e invenzione.

Tuttavia questa libertà formale implica responsabilità: il progetto interroga anche il tema del consenso – etico, estetico, normativo. Cosa significa utilizzare le immagini di persone? A quale memoria collettiva appartengono i corpi “riciclati” dagli archivi? Come artista, o meglio come prescrittore, agisco nello spazio grigio tra testimonianza e fiction, e proprio per questo sono chiamato a una riflessione critica sui limiti e le possibilità del gesto. Il gesto di appropriazione e l’utilizzo trasformativo non sono neutri: implicano una presa di posizione estetica, ma anche un’interrogazione sulla memoria collettiva e sull’identità. Pertanto è anche una presa di posizione politica. Il lavoro non nega queste ambiguità, ma anzi le espone, le abita, le rende parte integrante della propria poetica. In definitiva, queste immagini sono atti di scrittura visiva su un territorio che, come scriveva ancora Cibotto, è “illusione” e “memoria”. Non c’è esattezza geografica, né esattezza storica. C’è invece una tensione poetica e politica che si misura con i fantasmi del paesaggio, i vuoti della narrazione e le sovrascritture dell’immaginario.

Ma è soprattutto sul piano etico ed estetico che la questione si complica. Inserire dei volti nel paesaggio contemporaneo significa attribuire loro una nuova funzione: non più semplice testimonianza del passato, ma attori di una nuova narrazione. In questo senso, mi assumo il compito di prescrivere anche una nuova memoria, una nuova forma di coesistenza tra passato e presente. È una pratica che richiede cautela e consapevolezza, ma anche libertà espressiva e coraggio. Perché ogni volto inserito nel paesaggio diventa un’eco, una voce che risuona nel tempo, un simbolo che supera la mera individualità del ritratto originario.

Non chiedo di credere alla fotografia, ma propongo di pensare attraverso di essa. Di accettare l’illusione non come inganno, ma come spazio di riflessione. Il Delta del Po – quel luogo che “non esiste”, secondo Cibotto, ma che, per quello che invece ho “visto” io, reclama a gran voce di rinnovare il proprio senso di identità e appartenenza  – diventa lo scenario di una finzione consapevole, necessaria, generativa. Il paesaggio non è solo un luogo fisico, ma un campo simbolico, un teatro dove le immagini storiche e contemporanee si incontrano per rinegoziare i significati della memoria e dell’identità. Così come l’argine contiene il fiume e ne fa territorio (pur impedendo all’uno d’incontrare l’altro), così l’immagine costruisce il senso e ne fa storia. In questo gioco di costruzioni, sovrapposizioni e finzioni, il mio ruolo non è quello di cronista, ma di autore. Pertanto ecco che le immagini del passato diventano corpi erranti, riaccolti in una terra che è essa stessa in cerca di identità. Il gesto di prescrizione non è soltanto un’operazione estetica: è un atto politico e poetico, che chiede allo spettatore di sospendere il desiderio di verità, e di accettare l’immagine come una soglia tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere immaginato. In un mondo dove tutto è documentato, la vera sovversione è inventare nuove forme di finzioni condivise come atti di fondazione.