Il progetto artistico dal titolo Because my name is George sintetizza l’indagine che Alessio Zemoz ha condotto sulla Stazione Radiotelegrafica di Coltano, utilizzando gli strumenti della fotografia contemporanea e della ricerca antropologica. Un duplice approccio teso a percorrere un viaggio di ri-scoperta non soltanto di un luogo fisico ma anche dell’immaginario che esso custodisce e che ha generato nella collettività.
Because my name is George è il testo di una poesia del livornese Giorgio Caproni che, richiamando il Riccardo III di Shakespeare, indaga i temi della frammentazione dell’identità, dei limiti della ragione e della sua capacità di conoscenza del reale. L’individuo, frantumato, dilatato, spezzato come il testo della poesia, non esiste più come un unico ma diviene la somma di tante individualità indipendenti che coesistono sotto uno stesso nome. George è simbolicamente il nome che racchiude la stratificazione delle storie personali di ognuno di noi. George è il Duca di Clarence ma è anche Caproni; in questo progetto George diventa Coltano, la Stazione Radiotelegrafica, oppure è Franco, Filippo, Matilde, Paola, Lucio. In sostanza George è ognuno di noi, che costantemente ci definiamo attraverso un nome, una parola solo apparentemente vuota e priva di significato ma in grado di contenere in sé la nostra essenza, la nostra identità.
Così Coltano, che a prima vista si presenta in una dimensione metafisica, senza spazio, senza tempo e senza età, svela una storia composta dai racconti di mille voci diverse, una storia ricca e viva. La Stazione Radiotelegrafica è un luogo che appartiene alla memoria collettiva della comunità e contemporaneamente abita i racconti dei suoi membri secondo sfumature sempre diverse. Ci sono i radio amatori e i ricercatori che con passione studiano le tecniche utilizzate da Guglielmo Marconi nei primi anni del Novecento. Ci sono poi i figli dei dipendenti della Stazione Radiotelegrafica che ritrovano nell’orgoglio dell’operatività giornaliera, del fare manuale e delle competenze tecniche, la loro identità. Poi troviamo tutti quelli le cui memorie gravitano attorno al luogo, il mondo dei contadini locali, che ha guardato alla Stazione Radiotelegrafica spesso in modo marginale, periferico. Una complessità e varietà che la fotografia ha qui avuto l’arduo compito di raccontare.
Di fronte a questo ampio racconto corale ci si è domandati come e in quale misura la fotografia, e l’immagine in sé, sia in grado di fornire uno strumento di conoscenza adeguato. L’immagine come strumento concreto, tangibile e reale, è in grado di esprimere quello che spesso è delegato alla chiarezza della parola? Che tipo di dialogo, se esiste, può nascere nell’osservazione di un’immagine fotografica? Alessio Zemoz ha affrontato la questione ponendoci direttamente di fronte al problema. Utilizzando le immagini di famiglia rifotografate e ricollocate in una dimensione spaziale estetizzante, metodo di indagine già in parte sperimentato nel lavoro Lo Vaco- Il Vuoto, l’artista ci mette nella posizione di osservatori partecipi. La straniante sensazione di vedere esposte immagini che solitamente appartengono al vissuto privato, ci fa domandare chi sono i soggetti rappresentati e con quale diritto quella foto, e magari non un’altra, diventi opera d’arte. “Dotate di un primordiale potere di evocazione, le immagini costituiscono i principali veicoli della tradizione culturale e della memoria sociale: plasmate dallo scorrere del tempo e dagli sguardi che vi si posano, esse non sono materia inerte, ma corpi dotati di una esistenza propria”. (Warburg)
L’identità della foto di famiglia si arricchisce di ulteriori significati attraverso il lavoro dell’artista che, decontestualizzandole, dona loro nuova vita. Le storie che esse raccontano si espandono e si legano all’ambiente che le circonda, generano significazioni estetiche e di senso che prima non esistevano. La capacità comunicativa delle immagini ri-prodotte è rafforzata in mostra dall’utilizzo di altri linguaggi artistici, come il video e il suono. Il primo mostra ciò che resta di una delle antenne della stazione radiotelegrafica, utilizzando un punto di vista dal basso che stravolge il modo consueto con cui osserviamo la realtà. I suoni, frammenti di testimonianze raccolte nel tempo, arricchiscono il racconto di dettagli e funzionano da stimolo per le riflessioni dello spettatore tanto quanto lo sono state per l’artista.
L’intenzione artistica del progetto di Alessio Zemoz, al termine del suo periodo di residenza a Livorno, è stata indagare i limiti dell’immagine attraverso la fotografia che ritrae sia il territorio nei dettagli della Stazione Radiotelegrafica, chela memoria collettiva attraverso le immagini di famiglia, i volti e i racconti delle donne e degli uomini del posto. Attraverso le loro storie Coltano e la Stazione Radiotelegrafica si sono riempiti di significati che vanno al di là della visione storicistica per entrare nel linguaggio e nel vissuto quotidiano. Spazi fisici, reali, rappresentati attraverso fotografie, video e suono ci appaiono in una dimensione ricca, vissuta, narrata, in cui le storie dei protagonisti si incrociano e si fondono con le nostre per generare un nuovo racconto.
Tea Gradassi























































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