STRADARIO PER ANIME… Cristina Gugnali

Cristina Gugnali, fine art, landscape

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artista: Cristina Gugnali | produzione: progettoSKIA | a cura di: Cristina Gugnali

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La montagna come luogo di rigenerazione e di espressione del proprio potenziale di artista e di individuo

La creazione artistica è direttamente legata alla vita interiore dell’artista e i periodi di indagine e di ridefinizione espressiva corrispondono inevitabilmente a periodi di ricerca e di esplorazione di sé. La spinta si trova dentro l’artista stesso, nelle sue emozioni, nella sua sensibilità profonda e, ogni elemento della realtà esterna ed interna è un’opportunità, per l’individuo perduto, di ridefinirsi. Perso, l’uomo è in riazzeramento permanente ma, mai meglio che in uno stato di perdizione, l’artista può elaborare ciò che si muove dentro.

Arrendersi alla perdita, al cambiamento improvviso, al caos, alla mancanza di comunicazione e chiarezza relazionale, le conseguenze di una scelta obbligata, ritrovarsi vuoti dopo aver donato tutto, il senso dell’ abbandono, il tradimento di un progetto comune, la ferita, lo strappo, lo shock, l’aborto e la profonda umiliazione. Ritrovarsi a ridimensionare l’importanza delle cose, la propria visione della realtà, l’accettazione dell’inevitabile, la ricostruzione partendo da se stessi e da quei valori interiori rimasti ancora illesi. Questi sono alcuni dei temi da cui sono partita, queste sono le emozioni vissute, sofferte, indagate, elaborate e trasformate in questo progetto fotografico.

Il processo.

Credo nella fotografia intesa come strumento che dà la possibilità di “scrivere con la luce” e si fa materia per costruire un significato; come mezzo d’espressione ed esercizio di concentrazione, di contatto e presenza durante l’osservazione. La fotografia è un processo, interno ed esterno, che mi permette di percepire la realtà con occhi sempre nuovi e da prospettive sempre diverse: è un canale che libera il mio sentire e crea un’esperienza di contatto interno e allo stesso tempo un contatto estatico con una realtà superiore trascendente, spirituale.

Solitamente sperimento due modalità parallele di esprimermi attraverso la fotografia, una legata al contatto con la realtà esterna e l’altra legata all’esplorazione di temi e valori interiori. Una modalità è spontanea, legata alla contemplazione, all’andare a cercare, allo scoprire degli elementi che mi chiamano e con i quali entro in contatto, è una sorta di esplorazione del mondo attraverso i sensi, attraverso lo sguardo; è apertura all’intuizione, una meditazione nella quale svuoto la mente da ogni contenuto, nella quale mi metto nella condizione di ricevere, di sentire cosa succede, di captare dei messaggi, delle immagini interiori simboliche che una volta decodificate parlano dei frammenti di ombra e di luce che ci sono dentro di me. È proprio attraverso queste immagini che da dentro porto fuori e poi di nuovo dentro, che fluisce la consapevolezza. Questa maniera di immergermi nella fotografia mi è particolarmente utile quando mi sento persa, irrequieta, in cerca di risposte, in una situazione di pesantezza, perché mi riporta al centro, mi riporta a un senso di equilibrio, di proporzione e spontaneità.

Parallelamente, vivo internamente una vera e propria gestazione, mi dedico all’ascolto interiore, al contatto intimo con me stessa, alla percezione dentro di me di parole, immagini e colori per poi portarli a una manifestazione esterna creando un’opera più ampia, come se fosse un racconto visivo nel quale tutti gli aspetti emersi si svelano in un’immagine o in una serie di immagini. È un rituale, un movimento in cui quello che è dentro viene portato fuori e reso tangibile, visibile e visibilmente risolto.

Il progetto.

Questo progetto fotografico è una sorta di diario visivo; una raccolta di immagini, tracce, simboli e segni. Uno stradario che in sé contiene indicazioni per un nuovo itinerario interiore, verso un nuovo senso di sé. Esso è stato realizzato in un ampio ambito territoriale che abbraccia tre regioni, compresa la Valle d’Aosta: dalla periferia di Aosta, all’alta montagna di Madonna di Campiglio, alle zone di Moncenisio, il bosco attorno alla Certosa di Montebenedetto sopra il paese di Villar Focchiardo, Coazze e Torino stessa.

Le fotografie sono state scattate in bianco e nero a simboleggiare la dualità del tema (perdita – ricostruzione) come a rappresentare una sorta di reportage emotivo in divenire. Le immagini sono state realizzate durante solitarie camminate in natura nell’intenzione di ritrovare un contatto interno ed esterno, una liberazione dal peso interiore cercando nuove visioni, nuovi respiri e impercettibili risposte.

In una fase successiva, alcune di queste immagini, dopo essere state stampate sono state strappate per poi essere tra loro ricongiunte e “ricucite” attraverso la colatura di un filo d’oro. Quest’azione significativa e simbolica è stata presa come ispirazione da una tecnica giapponese chiamata Kintsugi (letteralmente, “riparare con l’oro”) che consiste nell’incollare i frammenti dell’oggetto rotto con una lacca giallo rossastra e nello spolverare le crepe che attraversano l’opera ricomposta con della polvere d’oro. Il risultato è un manufatto striato d’oro, percorso da linee che lo rendono nuovo, diverso e unico. La filosofia alla base di quest’azione riparatoria è che la vita consta non soltanto di integrità, ma anche di rottura e, come tale, va accolta. Il dolore, per i giapponesi, non incarna un sentimento vergognoso, da estirpare o da occultare, così come l’imperfezione estetica non rappresenta un elemento capace di rovinare l’armonia di una figura; le crepe dell’oggetto rotto non vanno né nascoste né mimetizzate ma valorizzate, esattamente come le cicatrici, i difetti fisici e le ferite dell’anima non vanno celate ma esibite essendo esse stesse parte dell’uomo e della sua storia.

L’intenzione del progetto fotografico è dunque quella di voler svelare e dimostrare, attraverso un processo di indagine e interiorizzazione, che da una ferita risanata, dalla lenta riparazione conseguente una rottura, può rinascere una forma di bellezza superiore. I segni impressi dalla vita sulla nostra pelle e nella nostra mente hanno un valore e un significato ed è da essi, dalla loro accettazione e rimarginazione, che prendono il via i processi di rigenerazione e rinascita interiore.

Il processo di creazione dell’opera è durato quasi due anni al pari del processo e della rielaborazione interiore. La chiusura di un ciclo apre ora alla visione di un nuovo stradario per l’Anima.

Cristina Gugnali