VENUTO AL MODO Alessio Zemoz

Alessio Zemoz, fine art, landscape

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in realizzazione

artista: Alessio Zemoz | produzione: progettoSKIA | a cura di: Alessio Zemoz

venuto al modo rappresenta l’avvio di un progetto di ricerca artistica e spirituale. Questa ricerca ha un’origine lontana nel tempo. Ho preso le distanze da questo progetto, anche se legittimato dalle “istituzioni” frequentate, per un periodo lungo quasi dieci anni. Ora la progettualità ha trovato il giusto contesto tecnico, narrativo e linguistico nel quale iniziare nuovamente il suo percorso di vita in libertà.

Le opere sono realizzate a seguito della digitalizzazione di pellicola “Washi”: negativi medio formato monocromatici ortocromatici realizzati attraverso la sensibilizzazione di strisce di carta giapponese Kozo 28gr/mq. Le strisce sono sviluppate dall’autore in loco.

I concetti a cui questo progetto è legato sono tra gli altri: verità, speculazione, vulnerabilità, memoria, fallimento e montagna.

Verità – non c’è nessuna verità, non c’è nessun modo.

Dal punto di vista della costruzione del linguaggio, o forse della costruzione della vera e propria lingua, con i suoi fonemi ed i suoi ideogrammi, ciascuna opera è concepita come un testo sviluppato in coerenza con la formula della scrittura verticale classica Giapponese: ogni striscia di pellicola è un rigo di testo verticale e le immagini impresse costituiscono la sola formula intellegibile di scrittura organizzata, come un’ipotetica ed arbitraria sequenza di kanji e kana, logogrammi e sillabari fonetici del sistema orientale. L’occhio dunque subisce un’inversione forzata del percorso: verticale appunto, dall’alto verso il basso, dall’alto verso il dentro, dall’alto verso il vero. Tuttavia non è possibile definire con certezza i confini della dimensione del vero: gli oggetti si confondono, i luoghi svaniscono, il senso è sfocato e vibrante, astratto e libero dal significato assoluto e diretto. In questo senso il concetto di verità e di modalità sono messi in discussione anche dal processo di digitalizzazione: dall’impronta del reale sulla pellicola analogica alla finalizzazione manipolatoria e perfezionatrice dell’intervento digitale. Lo scopo: generare un testo arbitrariamente strutturato in una forma di senso poetico. In venuto al modo tutto è, o è stato, reale (l’esperienza, il processo, le cose ed i luoghi) eppure niente è, o è stato, vero (l’esperienza, il processo, le cose ed i luoghi).

Speculazione un progetto inadeguato: chi guarda capisce Tutto.

In venuto al modo l’occhio non deve “sommare” nulla per capire il senso. Per capire il senso, per capire Tutto, l’occhio deve guardare attraverso una frattura. venuto al modo è una sorta di forma incerta di interruzione di circostanza dove l’atto della visione tradizionale viene interrotto dalla dimensione verticale che apre alla pratica del rischio emozionale legato alla dilatazione del buio. Come queste righe di testo, anche le strisce subiscono, in un certo senso, una dinamica di speculazione coercitiva: gli strumenti del linguaggio, qui fotografico (il quadro, la reiterazione come elemento testuale, la reiterazione come elemento filmico, il mosso, lo sfocato, l’inversione, la composizione, i toni) a servizio della finalità comunicativa, qui priva di un vero e proprio punto di riferimento se non quell’unico ipotizzabile della presenza contestuale dell’opera e del suo fruitore, nella felice illusione di credere di essere liberi di esistere: chi guarda, appunto, capisce Tutto.

Vulnerabilità e fallimento – il senso di colpo.

All’improvviso arriva il senso, di colpo, di botto: questo è un progetto vulnerabile alla percezione oltre la visione, o meglio, oltre la vista. La vulnerabilità, dunque, come misura del coraggio, come atto di resilienza e come condizione per l’adeguamento al mutare delle cose. In venuto al modo, questa meravigliosa qualità dell’essere umano è indagata anche, e soprattutto, grazie al raccordo con la vulnerabilità tecnica: da una parte l’ingombro materico del supporto e dall’altra la sua natura di pellicola ortocromatica. Quest’ultimo aspetto è decisivo: togliere spettro per vedere di più. La pellicola è particolarmente vulnerabile nel merito della ripresa in contesto paesaggistico poiché poco sensibile allo spettro luminoso dei rossi e dei verdi. Questo suo essere inadeguata rispetto all’utilizzo imposto la rende straordinariamente efficace poiché sposta i limiti della sua incisività. A questo aspetto si aggiunga la pratica, crudele e poetica, dell’induzione all’errore (tecnico, linguistico e narrativo) come strumento di libertà, di evoluzione e di espansione della percezione, in una logica di lotta al senso di norma e di controllo da parte dell’autorità limitata esercitata dall’autore. Si tratta dunque di imparare la rinuncia. Rinunciare allo spettro, rinunciare ai fotogrammi, rinunciare al senso diretto, rinunciare alla rappresentazione, rinunciare infine alla retorica della (alta)fedeltà delle immagini: pur facendola, negare intimamente la foto-grafia e fallire con grandiosità.

Memoria e montagna – chiedete ad un artista di fare i conti con la propria vergogna ed egli produrrà la sua opera più grande. O almeno, questo è ciò che egli pretenderà di credere.

venuto al modo è il rito gioioso della trasfigurazione della realtà e, ancora una volta, della memoria. Questo progetto, infatti, è (e continuerà ad essere) realizzato nel merito dell’alta Val di Rhêmes (Aosta). Sulla parete est della chiesa del piccolo comune di Rhêmes Notre-Dame, accanto all’ingresso principale, vi è una targa in pietra ben incastonata nel muro che recita: Ici reposent dans le Seigneur les derniers des authentiques Zemoz de Rhêmes N. Dame […] Passants semez une prière pour nous elle reaitra un jour pour vous. Gli ultimi. Gli autentici. A prender sul serio certe storie, dunque, in fin dei conti io potrei non essere quello che sono e potrei essere quello che non sono. Se è così, quindi, io mi rinuncio: io non esisto. Resta solo il desiderio di incontrare l’altro(ve): la montagna e la sua retorica della verticalità, non tanto quella che ti porta su, che ti porta oltre, quanto piuttosto quella che ti porta giù, che ti porta dentro. Ecco ancora una volta, per l’ultima volta, la presenza contestuale dell’opera e del suo fruitore, nella felice illusione di credere di essere liberi di esistere: chi guarda, appunto, capisce Tutto.

Alessio Zemoz