Progetto realizzato nell’ambito di STUDI SUL QUI – Stagione 3 – La linea
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La linea: residenza lunga, 2021-2023, dalla foce del Reno alla foce dell’Isonzo, Italia.
Quando ho cominciato a lavorare a questo progetto pensavo di avere un’idea su come e perché avrei potuto fotografare i paesaggi selezionati all’interno di questo volume. Non potevo immaginare, però, che le cose sarebbero andate così. Nel senso stretto della parola: non lo potevo e non lo sapevo immaginare, non ne ero in grado. L’ho capito dopo, vivendo questa sfaccettata esperienza di mappatura, nel mio caso evidentemente astigmatica ovvero che offre molteplici e irrequiete angolature che peggiorano la vista ma che facilitano la ricollocazione attraverso processi di astrazione, aberrazione, e seriale distorsione del campo visivo e di quello della ricerca assieme. Non ero io a definire il campo: era lui che inesorabilmente definiva me. Vivo nei luoghi che ho tentato di fotografare e che restano a me sconosciuti, inimmaginabili. In qualche modo, sono stato chiamato dai luoghi nei quali ho scelto consapevolmente di abitare per ricominciare una nuova vita. Molti di questi sono luoghi che non contano, altri sono città mondo, altri ancora luoghi di culto, d’interesse strategico, economico, turistico, culturale, commerciale. In ogni caso, in termini di principio regolatore del progetto, li ho interpretati come luoghi ancora più lontani di quelli che non contano: come luoghi che nessuno si fermerebbe a guardare. In questo senso credo di aver pienamente (s)torto: (s)torto a sufficienza, piegato la mia posizione, il mio ruolo di indagatore, fotografo e progettista del mio stesso immaginario così come del territorio che abito da quando ho cominciato questo progetto. È un po’ come quando la persona che ti ama ti fa un regalo, ti dice chiudi gli occhi e tu li chiudi e poi quando tutto è pronto (non prima, non dopo, soltanto in quel preciso momento), li riapri: quando li riapri non sei più lo stesso. E non si torna indietro. Non si torna più alla stessa natura. Non c’è da credere alle testimonianze, alle memorie ufficiali. Non c’è da credere alle identità locali o all’appartenenza ad un territorio. Il narrare per immagini, infatti, è il lavoro di chi non ha niente in pugno, di chi è disarmato. Questo è il regno del fotografo, il mio regno: ciò che non si può più far vedere.
In questo progetto di ricerca artistica che indaga una possibile modalità di rappresentazione dei paesaggi costieri che vanno dai lidi ferraresi alla foce dell’Isonzo, ho tentato di eseguire immediate immagini d’osservazione, di osservare e poi di lasciarmi agire dal paesaggio, di farmi inquadrare e di farmi vedere, completamente esposto verso l’esterno: vedere per credere, sempre all’interno di una cornice che concepisce i paesaggi come entità autonoma, capaci di agire, profondi e stratificati, in costante mutamento. Ho utilizzato la fotografia di paesaggio come linguaggio e come strumento ho utilizzato una fotocamera digitale con obiettivo tilt-shift: ho realizzato trittici e dittci la cui linea di fuoco è spesso sghemba e costituisce una minima parte della superficie dell’immagine, o meglio delle immagini: è più quello che non si vede, fuori fuoco, rispetto a quello che si vede, a fuoco. L’intenzione era quella di rompere le concezioni del realismo, là dove il reale si configura come un inciampo: i paesaggi devono dissolversi nell’aria e con essi le loro immagini e dunque abolire la separazione tra fuoco e fori fuoco, tra oggetto e soggetto. La presenza di sfocatura può creare un senso di ambiguità e mistero ma è anche l’occasione per sottolineare l’importanza di ciò che non è immediatamente visibile, inimmaginabile, appunto, invitando ad una forma di esplorazione più approfondita, oltre la superficialità, verso le molteplici stratificazioni e trasformazioni di momenti che si collocano oltre l’istantaneità in una narrazione visiva che suggerisce continuità, mutamento e una riflessione sulla forma, funzione e significato dei paesaggi stessi. La percezione dello spazio è soggettiva significa due cose: la percezione dello spazio dipende dalla singola persona e la percezione che lo spazio ha di noi è di matrice soggettiva in quanto esso soggetto autonomo che a sua volta agisce. Ecco allora che l’orizzonte è dissolto, trasfigurato, sghembato, ricollocato: la linea è quella del fuoco che ridefinisce il limite tra finito e non finito. La fotografia, come i paesaggi, è qui soggetto agente poiché trasforma e ricolloca, come en=tà ibrida e connessa. Assecondando questo modo di guardare mi perdo e perdermi è come camminare a vanvera. Fotografo in maniera tanto sottile che sembra non ci sia nulla, mettendo in campo la possibilità che i paesaggi non si presentino, che l’immagine non venga, che resti fuori fuoco collocandosi, per natura, in una dimensione del presente fortemente radicata nella contemporaneità dei luoghi e allo stesso tempo in un altrove lontano, mai nel passato, mai nel futuro. Non è un caso se si utilizza la locuzione allo stesso tempo e non allo stesso spazio: qui (io) e lì (i paesaggi) non sono necessariamente contemporanei. Uno agisce sull’altro e l’azione necessita di un tempo. Ci vuole tempo. Ecco che in questa dimensione dell’altrove i paesaggi non sono più l’oggetto della fotografia ma la agiscono, diventano soggetto attivo. Si tratta di mettere la visione dentro al tempo, mirando a una sequenzialità o serialità. In questo senso la visione racconta il riconoscere la soggettività dei paesaggi e l’ammettere che il processo non è altro che degenerativo. Le cose, infatti, appaiono per la natura di cui sono fatte: i paesaggi non sono inerti, non sono un’immaginario, non sono una superficie, i paesaggi accadono ad ogni scala, cambiano, chiedono tempo, spesso sono invisibili, assecondano e divagano, non rassicurano, spaventano e a volte innamorano. Con i paesaggi non sai mai come andrà a finire, sono effervescenti, provvisori, perduti, sono imminenti, imperfetti nel senso che non si compiranno mai. I paesaggi sono come corpi a reazione poetica: innescano una visibilità dialettica in quanto emersi da territori scomodi, perturbanti, non del terzo paesaggio, come abbandoni, ma come pura forma di desiderio e intenzione. È necessario desiderare nuovi paesaggi, con forza, con intenzione pura e poi aspettare che i paesaggi compiano il loro tempo e verificare che la promessa venga mantenuta, se mai venisse mantenuta.


















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